Silvana Veronesi  -  una delle prime compagne di Chiara

Per attuare "quella pagina" del Vangelo siamo nate

Chiara Lubich

e la Valle

di Primiero

 

 

Sono contenta di portarvi una testimonianza che non è solo mia. Riguarda gli inizi del Movimento dei Focolari che anch’io ho vissuto in prima persona. Provo a riportarvi a quei giorni.
Siamo a Trento, durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Un giorno ci troviamo insieme a Chiara alcune sue compagne per ripararci dalle bombe in una cantina buia, al lume di candela, con il vangelo in mano.





 

Con Chiara Lubich

 

da Primiero al mondo

 

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Fraternità tra i popoli: utopia o speranza

Lo apriamo e leggiamo quella stessa pagina che abbiamo letto ora insieme: “Padre... che tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21): è la preghiera-testamento che Gesù pronuncia prima di morire.

Abbiamo l’impressione, per una grazia un po’ speciale, di capire un po’ quelle parole difficili e forti. Ci diciamo: se il nostro babbo, la nostra mamma sul letto di morte ci dicessero la loro ultima volontà, la custodiremmo come il tesoro più prezioso... Ma qui è un Dio che va a morire per noi e ci lascia un testamento!

 

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Ci nasce in cuore la convinzione che è per attuare quella pagina che siamo nate: per l’unità, per contribuire all’unità degli uomini con Dio e fra loro. Quella pagina diventa la magna charta del Movimento che stava nascendo.

Qualche tempo dopo, consce della difficoltà, se non dell’impossibilità di mettere in pratica tale programma, ci sentiamo spinte a chiedere a Gesù la grazia di insegnarci Lui il modo di vivere l’unità.
Quasi senza accorgerci, o almeno senza prendere accordi speciali, ci siamo trovate un piccolissimo gruppetto davanti a Gesù Eucaristia, nella sagrestia-cappella allestita alla meglio dietro l'abside di una chiesa distrutta. Intorno all'altare, unite, abbiamo chiesto che lui stesso ci insegnasse come realizzare il suo testamento. Fu un momento memorabile che solo più tardi cominciammo a capire quando ogni giorno, anche faticosamente, ricomponevamo la carità sempre più stretta fra noi.
Quel giorno era l’ultima domenica d’ottobre del 1945, festa di Cristo Re. Ci colpisce una frase della liturgia: “Chiedi a me e ti darò in eredità tutte le genti e in possesso gli ultimi confini della terra” (dai Salmi 2 e 8). Ricordo uno sguardo d’intesa tra noi: “E’ Gesù che ce lo dice!”. Usciamo dalla messa sicure: Lui ci darà quanto ha promesso. Come? Non sappiamo. Ci penserà Lui».
In questi 64 anni abbiamo visto che Lui ci ha pensato. Questo Ideale è arrivato in 182 nazioni. Lo testimonia anche l’esperienza di Ceci del Messico che ora ascoltiamo.

 

 

 

Ceci - Messico

Il "Che tutti siano uno" di Gesù ha toccato la mia anima azteca

 

Sono orgogliosa di essere un’indigena della Sierra Huasteca Hidalgo, un altopiano dove la natura è bellissima. Parliamo Nahuatl, la lingua dell’antico popolo Azteco, di cui siamo i discendenti. Abbiamo i nostri costumi, la nostra religione. Lavoriamo la terra e coltiviamo mais, fagioli, caffè.
Accanto alla bellezza di questa cultura millenaria, il mio popolo sperimenta anche sofferenza, povertà, analfabetismo, emigrazione e discriminazione, in particolare noi donne.
Finita la scuola elementare per poter continuare gli studi ho venduto pane, lavato vestiti, ho fatto altri lavori in città dove ho sperimentato la discriminazione sulla mia pelle.
Un giorno con mia madre siamo state invitate nella Mariapoli che da questa Valle di Primiero è arrivata anche in Messico. A tavola una ragazza ha preso il mio piatto per servirmi la minestra. L’ho guardata stupita: di solito ero io a servire gli altri… poi mi hanno dato un letto già pronto: era bellissimo! Mi sentivo come una regina. Nessuno mai mi aveva trattata così. Poi, siccome faceva tanto freddo, mi hanno dato una giacca, le scarpe, quello di cui avevo bisogno… senza chiedermi nulla. Ero andata per stare tre giorni, invece sono rimasta 15. Ho lavorato in pasticceria ed ho fatto un’esperienza nuovissima: non ho trovato quella gerarchia a cui ero abituata, ho ritrovato la dignità della mia persona, la vera libertà. Con amore e pazienza ho imparato ad amare ciascuno.
L’ideale di Chiara ‘che tutti siano uno’ ha toccato la mia anima azteca. L’amore è entrato nella mia famiglia ed è iniziata una vera rinascita per tutti: serenità, dignità, fraternità tra noi, con i bianchi e con i meticci. Ho scoperto un mondo fatto di tanti popoli che vogliono amare.

Ora siamo in molti impegnati nella promozione dei nostri popoli e in una partecipazione democratica che valorizzi la nostra storia e la nostra cultura: c’è chi è impegnato nell’università azteca, chi in ‘equipe sanitarie’ che rag-giungono i villaggi a piedi o a cavallo, e chi assume compiti di rappresentan-za dei nostri villaggi.

A Santa Cruz, ad esempio, per un anno è stato eletto responsabile della comunità Marcelino. Era sorpreso e indeciso perché vivevano del suo lavoro. D’accordo con la moglie ha scelto di lavorare il doppio, ma di accettare per amore della propria gente, Si è occupato dello sviluppo economico, religioso, culturale, di questioni legali e dei rapporti della nostra comunità con una cittadina vicina. Ha cercato la collaborazione tra tutti e con tanto impegno, anche stando a lungo in silenzio davanti al Municipio, è riuscito a far pavimentare strade e far costruire 152 piccole case. Alla fine la comunità si è trovata più matura. In una riunione dei rappresentati politici locali con le comunità indigene, Santa Cruz è stata portata come esempio di convivenza civile e democratica, per come aveva operato davanti alle difficoltà.

Una volta Chiara Lubich mi ha scritto: “ora lascia che Gesù sogni in te…”. Mi sembra che tutto questo si stia realizzando; voglio dare la mia vita perché si sperimentino i frutti dell’unità non solo nel mio popolo, ma in tutta l’umanità.
 

 

 

 

 

Guido Yang - Corea

L'ideale dell'unità si è trasmesso di bocca in bocca

 

Mi chiamo Guido Yang, vengo dalla Corea, ho 28 anni, lavoro nel campo dell’arte come disegnatore di cartoni animati.

Ho avuto la gioia di conoscere questo Ideale dell’unità in famiglia, perché già mio padre, mia madre e i miei due fratelli lo avevano conosciuto. Io avevo 12 anni ed ero un ragazzo molto timido (e lo sono ancora) quello che mi ha colpito nelle persone del movimento è vedere che erano ‘aperte’ verso gli altri e lo esprimevano col sorriso (il nostro è un popolo assai ‘serio’); e poi mi colpì la disponibilità, il senso di fratellanza, in una parola: l’amore vissuto. Ho aderito molto volentieri a questa proposta evangelica e così mi sono collegato con tanti altri giovani nelle principali città della Corea (Seul, Daegu e Pusan).

In questi giorni, pensando al solenne momento che avremmo vissuto questa sera mi è passato nella mente un pensiero: il cristianesimo in Corea è arrivato dalla Cina alla fine del 1700 grazie ad alcuni documenti, alcuni testi cristiani che, letti da alcuni coreani, tradotti e diffusi, hanno fatto nascere la vita cristiana nel nostro Paese; solo più tardi sono arrivati i missionari. Così è stato anche per l’ideale dell’unità: nel 1960 un sacerdote coreano che si trovava a Roma per studi ha conosciuto le prime focolarine; questo incontro ha cambiato tanti suoi modi di pensare e di fare. Nelle sue lettere che scriveva in Corea raccontava cosa gli stava accadendo e del meraviglioso ideale evangelico che aveva trovato. Queste lettere, diffuse fra i suoi amici sono state la scintilla della diffusione dell’Ideale dell’unità in Corea; negli anni ‘70 sono poi arrivati i primi focolarini e la comunità si è diffusa.

Sono onorato e molto commosso di trovarmi qui a rappresentare il nostro popolo: mai l’avrei pensato; con voi ringrazio la Madonna.
 

 

 

 

   

 

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